Lampadine

La lampadina, quella tradizionale “ad incandescenza”, usata quale fonte di illuminazione, è stata inventata da Edison circa un secolo fa, durante il periodo della seconda rivoluzione industriale, quasi contestualmente all’invenzione dell’energia elettrica. Com’è a tutti evidente si e trattato di un’invenzione di grandissima portata che ha cambiato di molto le abitudine di vita.

Elementi peculiari delle lampadine sono la tensione che si misura in Volt (V) e la potenza misurata in Watt (W), parametro quest’ultimo che, considerato singolarmente, non indica la luminosità.

Le lampadine si presentano sotto svariate forme quali a sfera (le più comuni), a goccia, a tortiglione, a peretta, ecc. L’attacco delle stesse può essere a vite o a baionetta, di svariati materiali: ottone, alluminio, acciaio, ecc. Possono essere ad attacco grande ed ad attacco piccolo, rispettivamente indicale con la sigla E27 ed E14, dove E sta ad indicare l’inventore delle lampadine, ossia Edison, mentre il numero posto subito dopo la E indica il diametro dell’attacco in mm.

La lampadine tradizionale, inventata da Edison, è detta ad incandescenza in quanto l’illuminazione si ottiene portando un filamento metallico di tungsteno all’incandescenza, ad una temperatura molto alta, filamento di tungsteno collocato - sotto vuoto in assenza di ossigeno - in un’ ampolla, generalmente di vetro.

Le lampadine ad incandescenza, nonostante la concorrenza di altre tecnologie, pensate alla lampade alogene, ai neon, rappresentano a tutt’oggi la fonte principale di illuminazione, anche se da più parti si dice che la lampadina ad incandescenza sia poco efficiente in quanto gran parte dell’energia viene trasformata in calore anziché in luce. Se è vero che sul mercato si affacciano sistemi molto più efficienti essi sono ancora molto costosi. Stiamo parlando delle lampade fatte da LED, fotodiodi, che hanno trovato applicazione essenzialmente nel campo automobilistico.

Da un po’ di tempo molto fanno discutere le lampadine compatte fluorescenti, volgarmente dette a basso consumo energetico, il cui costo – un tempo elevatissimo- diminuisce giorno dopo giorno. Ma a parte il costo iniziale, sicuramente molto più alto di quelle ad incandescenza, gli opinionisti sono divisi circa la bontà dei due tipi di lampadine. I sostenitori delle lampadine a basso consumo energetico dicono che esse durano molto più a lungo nel tempo, non si riscaldano come quelle ad incandescenza, consentono un discreto risparmio rispetto a quelle inventate da Edison. Per un appartamento medio/grande con 15/20 punti luce farebbero registrare un risparmio annuo di circa 100 euro. I sostenitori delle lampadine tradizionali ad incandescenza fanno rilevare che gli sprechi energetici vanni ricercati in altre direzioni. Essi sostengono che andrebbe razionalizzato l’uso dei condizionatori, veri divoratori di energia, nonché poca attenzione viene riposta circa la inutile illuminazione notturna di parchi e giardini privati.

Dal punto di vista strettamente tecnico, per le lampadine a basso consumo all’atto dell’accensione ci sarebbe un elevato assorbimento di corrente, per cui le stesse mal si prestano ad essere usate nei luoghi ove la frequenza con cui viene usato l’interruttore è elevata (scale, garage, ecc). Per concludere vanno ricordati i cosiddetti polimeri organici, il cui impiego potrebbe diventare di rilievo in un prossimo futuro. Questa tecnica si basa su materiali plastici, molto economici, di grande lavorabilità, che si prestano ad essere ridotti in pannelli, fogli, idonei a fornire una luce diffusa. Si potrebbero tappezzare intere parete, soffitti, interni di mobili, ecc.




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